“Quale capitalismo dopo la crisi”

Gianni Riotta – Advisory Council Member e Visiting Professor di Media e Cultura, Princeton University, USA

Princeton University, USA Advisory Council Member e Visiting Professor di Media e Cultura, Membro dell’Advisory Council e Visiting Professor di Media e Cultura alla Princeton University. Editorialista de “La Stampa”. Membro permanente del Council on Foreign Relations (New York) e della redazione di “Foreign Policy”. Tra i 100 pensatori più influenti al mondo secondo un sondaggio di “Foreign Policy” e “Prospect”. Già direttore de “Il Sole 24 Ore” e “TG1”, condirettore de “La Stampa”, vicedirettore del “Corriere della Sera”. Suoi editoriali sono apparsi su “New York Times”, “Washington Post”, “Le Monde”, “The Wall Street Journal”, “Financial Times”, “Foreign Affairs”, “Foreign Policy”. I suoi libri gli sono valsi riconoscimenti internazionali.

Dicembre 17, 2011 12:00
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La crisi finanziaria segna l’inizio della fine del capitalismo moderno?

La storia del capitalismo è in un momento di grande criticità.

Inquinamento, instabilità finanziaria, problemi sanitari e disuguaglianza continuano a crescere. Viene enormemente sottovalutato il benessere delle future generazioni. Solo pochi paesi – come la Svezia – sono riusciti a spezzare il circolo vizioso tra grandi patrimoni, potere politico, influenza e ulteriore ricchezza, evitando il collasso.

Nell’economia globale e interconnessa, finanza e politica hanno fallito nell’evitarne le degenerazioni. E nel mondo della più grande crisi dopo il 1929, niente di quello che abbiamo imparato sui classici appare più in grado di rilanciare la crescita.

Qual è il futuro del capitalismo?

Come riformarlo a fronte delle urgenze poste dalla crisi, dalla necessità di coerenza sociale, dalle nuove realtà economiche e dalle emergenti situazioni politico-ideologiche che si stanno instaurando nello scenario internazionale?

Come realizzare una maggiore regolamentazione dei mercati finanziari? Come ridefinire le modalità dell’intervento pubblico? Soprattutto, come fare si che le stesse élite economiche e finanziarie tornino sulla strada dell’economia di mercato con responsabilità sociale, senza trascurare, ad esempio, di investire nel futuro e di salvaguardare la fiducia delle future generazioni?